ETICA QUARTA PARTE

GLI STADI DI GIUDIZIO MORALE SECONDO KOHLBERG

Lawrence Kohlberg è l’iniziatore di una teoria che, a mio parere, è assai utile per conoscere se stessi e per aiutare a valutare con obiettività quali sono le motivazioni etiche del proprio e altrui agire. L’attività scientifica di questo professore di Harvard occupa un trentennio di studi e di meditazioni, dal 1958 al 1987, anno della sua morte, e riguarda lo studio di temi legati alla teoria dello sviluppo morale. Persuaso che esistano principi etici “universali”, su cui gli uomini possono convenire e che sono inevitabilmente incentrati su una concezione forte dell’idea di giustizia, Kohlberg lavorò per individuare quali sono i passaggi attraverso i quali l’essere umano “migliora” se stesso. Capì che bisognava definire quali sono le motivazioni più comuni dell’agire umano e intuì che “i valori fondamentali della società non raccolgono il consenso della totalità o della maggioranza dei cittadini, ma rappresentano i principi universali a cui la maggioranza e la minoranza fanno riferimento a tutela delle proprie convinzioni“. Scoprì che man mano che l’individuo matura sotto il profilo etico, la comprensione del valore morale della persona si fa sempre più nitida e indipendente dagli interessi personali e dalle opinioni altrui perché diventa sempre più in linea con il rispetto dei diritti umani e con l’impegno di trattare ogni uomo come un valore e un fine in sé.

In lui si nota grande influsso del pensiero socratico, soprattutto perché Kohlberg fa sua la concezione della virtù intesa più come conoscenza del bene cui l’uomo si avvicina attraverso interrogativi e indicazioni, che come trasmissione di regole codificate nel contesto sociale e culturale in cui si vive. L’uomo deve essere sollecitato a fare ragionamenti sempre più maturi ed orientati alla giustizia e soprattutto deve associare alla comprensione dei principi etici una fedeltà personale ad essi se vuole ritenersi “giusto”.

Per far progredire il giudizio morale egli raccomandava il metodo della discussione su dilemmi ipotetici, volta a suscitare conflitti etico-cognitivi. Attraverso il racconto di fatti accaduti o inventati egli stimolava la riflessione etica dell’intervistato e si preoccupava di verificare verso quale principio generale la risposta si indirizzava. Ad esempio proponeva questo fatto: “Durante la guerra in Europa, una città era spesso segno di violenti bombardamenti. Ad ogni uomo della città era stata assegnata una delle stazioni antincendio e di soccorso sparse per tutta la città. Un uomo di nome Diesing era responsabile di una di queste stazioni non distante dal suo posto di lavoro. Un giorno, dopo un bombardamento particolarmente forte, Diesing lasciò il rifugio per correre alla sua stazione. Ma sulla strada decise che prima doveva andare a vedere se la sua famiglia si era salvata. La sua casa era abbastanza distante, tuttavia prima andò là. – Fu giusto o sbagliato per lui lasciare la stazione per proteggere la propria famiglia?

Registrava le risposte e le analizzava con i suoi collaboratori, non preoccupandosi di cosa avrebbe fatto colui che rispondeva, ma delle motivazioni che stavano alla base del suo agire. Egli infatti era interessato alla forma del ragionamento etico, non al contenuto. Riuscì così ad individuare sei motivazioni differenti, da lui chiamati stadi. Sei scalini da percorrere se si vuole superare il pericolo di fissare il proprio agire etico a moduli infantili di ragionamento e riuscire a “guadagnare” la maturità. La perfezione etica, per Kohlberg, non è l’esito scontato di un processo maturativo, ma è il frutto di un impegno prolungato dell’individuo per sviluppare il proprio giudizio morale, per salire di stadio e per vivere un processo ininterrotto di crescita interiore ed etica.

Vediamo in sintesi i sei stadi, che nella teoria di Kohlberg sono divisi a coppie, chiamati livelli, una specie di limite, superato il quale, ci si proietta in un modo di ragionare profondamente diverso.

Livello pre-convenzionale

E’ il livello delle persone che agiscono in base a motivazioni dettate o dalla paura della punizione o dai vantaggi che ne possono loro derivare. Per gli individui di questo livello una azione è etichettata come buona o come cattiva a seconda che porta malessere o benessere personale (sanzione, ricompensa, scambio di favori, ecc.).

Stadio 1: obbedire per paura

Molte persone agiscono senza riflettere sulla bontà o meno di un’azione che è stata loro comandato di compiere. Eseguono l’ordine ricevuto per evitare di incorrere nel castigo derivante dall’inadempienza, per paura che l’autorità costituita possa “vendicarsi” della disobbedienza e per timore di dover subire eventuali conseguenze fisiche. Per queste persone la moralità di una azione non dipende da un valore oggettivo dell’azione stessa, ma dal fatto che sia permessa o meno dall’autorità e che non dia conseguenze sgradevoli. Se l’autorità non solo non ha messo sanzioni ad un comportamento (per esempio andare in guerra e uccidere il nemico) ma anzi ne loda l’attuazione e la promuove come buona, gli individui di questo primo stadio sono convinti di avere un comportamento morale. Lo scopo etico della loro vita non è riflettere su cosa è giusto o meno, ma obbedire all’autorità e riuscire così ad evitare le eventuali “multe” che possono venire da un comportamento disobbediente. Essi tendono a pensare che se incorrono nella sanzione allora sono stati cattivi e pur di non prendere una “penale” obbediscono in modo acritico alle norme dell’autorità senza domandarsi se esse sono morali o meno.

2° Stadio: cercare la gratificazione

Molte persone scelgono di compiere una azione o di non compierla a seconda che derivano vantaggi o svantaggi personali. Agiscono in nome di motivazioni dettate dalla ricerca di un interesse esclusivo per se stessi e per il proprio tornaconto. Per gli appartenenti a questo stadio l’azione giusta è quella che, in modo strumentale, soddisfa i bisogni propri e occasionalmente i bisogni degli altri. Ogni azione intrapresa sottende l’essersi precedentemente domandato: “Che me ne viene”? e aver conseguentemente scelto ciò che dà più piacere o che evita più dispiacere. ella vita di coloro che stazionano allo stadio due sono presenti elementi di onestà, reciprocità e condivisione, ma questi elementi sono interpretati in modo pragmatico. Ad esempio molti genitori si sacrificano spesso e volentieri per i propri figli, ma lo fanno per “interesse”, per fare bella figura, perché altrimenti si sentirebbero in colpa, perché sono all’onore del mondo, ecc. Così pure se un cristiano si comporta in un certo modo per guadagnarsi il … paradiso, significa che agisce moralmente per il proprio tornaconto, tanto è vero che smette di compiere certe azioni se non gli viene prospettata alcuna ricompensa.

Livello convenzionale

Le azioni che gli individui dei primi due stadi compiono sono motivate o dalla paura del castigo o dalla speranza di un “guadagno”. Motivazioni queste che sorgono da una disposizione cognitiva che valuta l’agire in funzione delle conseguenze che ne possono derivare per il proprio benessere o il proprio malessere. Motivazioni quindi “egoistiche”, centrate sul proprio star bene. Può succedere, come vedremo, che ad un certo momento della vita questo stadio di ragionamento risulti inadeguato. L’individuo allora comprende che non può agire solo in funzione della propria paura o del proprio interesse. Capisce che deve riconoscere il valore delle regole del gruppo, deve fare proprie le aspettative della collettività, indipendente dalle conseguenze che gliene possono derivare. Si entra così in un nuovo livello caratterizzato da atteggiamenti conformi all’integrazione al gruppo sociale di appartenenza e di lealtà all’ordine costituito.

3° Stadio: Accettare e rispettare i ruoli sociali

Molte persone capiscono che ottenere la stima e l’approvazione del corpo sociale che li circonda è cosa assai importante e utile. Usciti dalla logica del “mi conviene – non mi conviene” si sono convinti che l’adeguarsi alle regole etiche del proprio gruppo sociale di riferimento permette a loro stessi di avere comportamenti meno “egoistici” e alla società di essere più etica, in quanto fondata sulla cooperazione di gruppo e sul riconoscimento di ruoli diversi all’interno della struttura sociale. Per queste persone è buono quel comportamento che piace agli altri, li aiuta ed è approvato da essi. C’è conformità alla immagine stereotipa di ciò che costituisce il comportamento normale della maggioranza delle persone con cui si vive. Lo stadio tre è insieme idealistico, in quanto offre modelli e stereotipi da emulare, e altruistico, in quanto il servizio ad una comunità o ad un gruppo è più importante che il servizio stesso. In esso i soggetti sono ancora dipendenti dalla società perché il buon comportamento è indicato dalle aspettative di conformità che il gruppo chiede.

4° Stadio : Rispettare i codici e i regolamenti

Molte persone sono leali nei confronti delle norme pattuite all’interno del proprio gruppo come lo sono nei confronti delle regole della società. Pensano che la mancanza di leggi chiare porta al caos sociale e che ogni deviazione a quanto pattuito rovini l’ordine e la struttura dell’intera società. Lo stadio 4 è tipico delle persone che hanno chiaro in mente che il comportamento giusto consiste nel fare il proprio dovere, cioè nell’assumere le responsabilità riconosciute all’individuo da parte dell’ordine sociale. La legge è vista come il garante supremo della pace, dell’ordine e dei diritti dell’individuo.

Livello post-convenzionale, autonomo o di principio

A questo livello le persone riescono a elaborare personalmente i valori morali e i principi etici che hanno validità e sanno applicarli alle situazioni contingenti della propria esistenza in modo autonomo e libero. Le persone hanno la certezza di avere un credere e un agire proprio che deve essere seguito, a meno che esso diventi dannoso alla vita altrui.

Le leggi e le norme vengono riconosciute come utili e strumentali al raggiungimento del bene comune, ma non vengono idolatrate. Le leggi infatti sono strumenti che gli uomini si sono dati per salvaguardare il benessere dell’umanità.

5° Stadio: Agire secondo scienza e coscienza

Molte persone comprendono che i valori personali sono relativi e che le norme, per quanto importanti, non devono essere divinizzate. Per quanto uno creda pienamente ai propri valori, è evidente che essi sono soggettivi e che devono essere subordinati al raggiungimento del bene comune e alla salvaguardia dei diritti fondamentali di ogni individuo. Il pensiero delle persone di stadio cinque è critico nei confronti di tutto ciò che va contro la persona, in particolare contro le leggi che manipolano la dignità dei singoli e che non raggiungono il bene comune. Proprio perché le leggi sono opera dell’uomo, l’uomo ha il dovere di strutturarle, di rivederle o di eliminarle quando esse non raggiungono il fine per cui sono state promulgate.

6° Stadio :

Sono poche le persone al sesto stadio perché a questo livello la persona capisce che il bene comune si raggiunge quando qualcuno rinuncia ai suoi “diritti vitali” per permettere a tutti gli altri di poter usufruire e veder riconosciuti quegli stessi diritti. Il mondo troverebbe grande giovamento se molte persone si impegnassero davvero e senza tornaconto personale per salvaguardare i principi universali di giustizia, di reciprocità, di uguaglianza dei diritti umani e di rispetto per la dignità degli altri.

Caratteristiche degli stadi morali

1)Gli stadi costituiscono una sequenza invariata. Tutte le spiritualità e tutti i maestri di interiorità insistono sul fatto che il cammino dell’uomo che vuole progredire nella via della “verità” deve necessariamente salire tutti gli scalini ad uno ad uno, perché “natura non facit saltus”. Lo sviluppo morale è crescita e, come tutte le crescite, avviene secondo una sequenza predeterminata. Aspettarsi che qualcuno riesca ad acquisire una alta moralità in una notte sarebbe come pretendere che qualcuno raggiunga un piano superiore senza dover necessariamente passare da quelli intermedi.

2)Nello sviluppo per stadi i soggetti non possono comprendere il ragionamento morale di uno stadio che sia due stadi superiore al proprio. Ogni stadio presuppone che la persona faccia un tipo di ragionamento che individua la distinzione tra bene e male in base ad una motivazione differente. Per la persona allo stadio tre, ad esempio, la molla dell’agire è l’accettazione del gruppo come portatore di valori morali. Egli quindi vede come “bene” far combaciare il proprio agire etico al sistema sociale vigente. Però l’individuo allo stadio tre non può comprendere il ragionamento dello stadio cinque, che giustifica la bontà di una azione in base alla distinzione tra le scelte della propria libertà personale e le opzioni etiche che riguardano il bene comune. Poiché questo stadio cinque richiede l’agire secondo scienza e coscienza, cioè richiede un orientamento completamente diverso da quello dei ragionamento dello stadio tre, l’individuo tre deve ridisegnare e reinventare il proprio processo cognitivo per comprendere il ragionamento che sta alla base del comportamento dello stato cinque. Ma questo può avvenire solo per gradi, come spiega la riflessione seguente.

3)Nello sviluppo per stadi i soggetti sono cognitivamente attratti a ragionare secondo un livello che è superiore di una unità rispetto al loro proprio predominante livello. Kohlberg sostiene che ogni persona è attirata dal ragionamento dello stadio superiore. Perché quest’ultimo offre all’individuo strumenti più adeguati e soddisfacenti per risolvere i conflitti etici che si presentano alla mente dell’individuo. Se infatti sono al primo stadio ragiono sempre in termini di paura e di obbedienza acritica. Questo ragionamento “fisso” sento che blocca la mia crescita etica ed avverto che il mio comportamento è sempre determinato dalla paura dei cattivi giudizi altrui, soprattutto di quelli dell’autorità. Vorrei uscire da questo blocco mentale, da questo ripetitivo schema cognitivo. Sono quindi attirato dalle motivazioni del secondo stadio che mi appaiono più attraenti, in quanto mi offrono l’opportunità di uscire dal mio pensiero “ossessivo” e di risolvere adeguatamente un maggior numero di difficoltà che incontro.

4)Quando la persona ha raggiunto un elevato stadio di ragionamento morale accetterà solo ragioni più alte come determinanti la sua azione e, acquisito detto stadio, tende a mantenervisi, anche se può offrire, in determinate situazioni, risposte morali di basso livello.

Non dobbiamo mai dimenticare che la teoria di Kolhberg non riguarda lo studio delle azioni che l’individuo compie, ma l’analisi e la presa di coscienza delle motivazioni che stanno alla base dell’agire umano. Queste motivazioni possono essere sempre più etiche e possono quindi aiutare la persona a progredire verso sviluppi morali superiori.

Ma mentre c’è la possibilità che in molte persone si arresti ad un certo punto questa progressione, a parere di Kolhberg non c’è la possibilità che la persona dia risposte morali opportunistiche, a livelli più bassi del proprio stadio. Se succede è perché l’individuo agisce in modo impulsivo e non riflette sufficientemente sulle motivazioni che stanno alla base delle proprie azioni. Quando invece si è posti nella condizioni di dover scegliere, avendo l’opportuno tempo per riflettere, l’individuo dà risposte etiche conseguenti al proprio stadio.

5)Nello sviluppo per stadi il movimento da uno stadio all’altro avviene quando si crea uno squilibrio cognitivo, cioè quando la prospettiva cognitiva di una persona non è più adeguata ad un dato dilemma morale. Come avviene il passaggio da uno stadio ad uno superiore? Kohlberg insiste tanto sul fatto che nella vita l’individuo arriva ad un punto in cui il proprio stadio di ragionamento viene avvertito come non adeguato ad affrontare le sfide etiche che incontriamo sul nostro cammino. Quando c’è questo squilibrio cognitivo, l’individuo sente un conflitto e avverte che la soluzione più idonea è fare propria la “vision” dello stadio più alto, cosa che comporta il cambiamento della propria concezione mentale e l’acquisizione di una consapevolezza nuova e di un nuovo ragionamento cognitivo. Salito di stadio egli avvertirà l’errore di aver affidato la propria esistenza a meccanismi mentali che hanno bloccato la sua personalità e la sua capacità di comprendere e sarà sorpreso dal constatare di come per tanto tempo la sua mente è stata intrappolata e “costretta” in schemi mentali di basso profilo etico.

Don Sergio Messina, Nuoro – Ottobre 2010.

ETICA Terza parte

L’attualità riporta prepotentemente questo tema all’attenzione di tutti. Crediamo che l’anno che sta per iniziare sarà il momento adatto per una ri-costruzione di quei valori etici e morali perduti.

I TRE CRITERI ETICI

(cosa è l’etica)

Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto (Einstein)

Questo famoso appello di Einstein è del 1955 ed è sempre attuale. Concentrare l’attenzione sulla propria umanità, sembra la cosa più ovvia e evidente… e invece è così inconsueto trovare persone capaci di prendersi per mano, di dare tempo al silenzio ed alla riflessione, di sollecitare con tutti rapporti fondati sulla sincerità. Il “conosci te stesso” non ha mai trovato molti estimatori e pochi sono quelli che fanno di questo imperativo il programma della propria vita. Eppure sta lì la chiave di accesso al sistema della felicità e la parola magica che apre le porte al mistero. Perché se vivi per conoscerti realmente e profondamente allora sei disposto ad andare alla radice dei problemi e ti offri alla vita così come sei e non per quello che credi di essere o per quello che vuoi apparire.

I criteri etici

Il criterio è lo strumento di cui si serve necessariamente l’etica per potere essere, a pieno titolo, una scienza, cioè un sapere che, attraverso l’applicazione di un metodo rigoroso, raggiunga lo scopo per cui essa esiste: permettere a tutti gli uomini di riconoscere e saper applicare i valori fondamento di una vita civile. Il criterio etico non è letica, ma il mezzo che, usato correttamente, permette di fare etica, cioè di scegliere il bene e di evitare il male. Per agire eticamente è necessario avere una bussola sicura, non illusoria o menzognera, che dia la certezza che quella intrapresa è l’unica strada possibile e che fuori di essa c’è solo caos.

Senza criteri etici si segue la corrente della tradizione e della maggioranza. Sprovvisti delle certezze che questi criteri danno ci si cerca di salvare sempre, magari ricorrendo, quando conviene, alla doppia morale o al principio di autorità.

Il primo criterio etico: quello soggettivo

Il termine coscienza è una delle parole più usate e… abusate. A proposito e a sproposito tutti si appellano alla coscienza, ma in realtà pochi conoscono il suo autentico significato. Molti confondono la coscienza psicologica e la coscienza morale e dimenticano che la prima è sinonimo di autocoscienza ed è quindi argomento che compete alla psicologia, mentre la seconda riguarda necessariamente la decisione etica perché richiama alla responsabilità personale.

Intanto è importante ricordare che coscienza deriva dal latino cum-scientia:

Scientia: per agire in coscienza bisogna necessariamente sapere. Conoscere, riflettere, approfondire, studiare, chiedere consiglio non sono un optional, ma sono passaggi indispensabili per arrivare a scegliere secondo coscienza.

Cum: per agire in coscienza è altrettanto necessario coinvolgersi totalmente e giocarsi completamente. Delegare ad altri la soluzione intravista, non sentirsi responsabili nell’agire di conseguenza e rimandare ad altri tempi ciò che la coscienza ha individuato come urgente è immoralità.

Definiamo la coscienza morale la norma soggettiva ultima della moralità che dichiara giusta o sbagliata una particolare azione.

La coscienza prima di tutto è una norma, una legge obbligante. Cioè è una voce interiore che, anche quando l’uomo rifiuta di ascoltare, parla, strepita, si fa sentire, dice la sua, esige risposta, giudica eticamente l’agire. Nessuno può far finta che non ci sia e nessuno può barare con lei, perché la coscienza è la roccia su cui è fondato l’edificio della nostra vita, è il nostro tesoro, il nostro talento da far fruttificare al massimo. Solo se essa è viva l’uomo vive, perché essa è la chiave per avere accesso e per costruire l’essere persona.

La definizione di coscienza ci parla di soggettività delimitando così i confini entro cui la decisione di coscienza è sacra e inviolabile. La grandezza e il limite della coscienza è proprio la sua soggettività. Grandezza perché quando io agisco in coscienza sono certo di essere soggettivamente nel giusto; limite perché non posso mai, in nome della mia coscienza, decidere oggettivamente per le coscienze altrui, perché io giudico sempre secondo la mia storia, la mia cultura, la mia religione, i miei condizionamenti. Il mio passato, ad esempio, necessariamente limiterà sempre i miei giudizi morali e, anche se lo volessi, non potrò mai liberarmi completamente da esso. E così di seguito tutto ciò che mi ha forgiato, tutto ciò che ha segnato la mia vita, tutto ciò che io ora sono, non mi impedisce di scegliere, anzi è l’humus da cui si origina la mia decisione etica, ma condiziona inequivocabilmente il mio giudizio etico.

La soggettività della coscienza impone il rispetto totale delle coscienze altrui perché non si può mai conoscere a quali forti condizionamenti un individuo è stato sottoposto, ma, nello stesso tempo, obbliga la coscienza di ciascuno ad una ricerca accurata dei condizionamenti che inevitabilmente hanno marcato la propria esistenza nella assoluta consapevolezza che non si può barattare per nessuna cosa al mondo l’incondizionato valore di ciò che in coscienza si crede. Purtroppo avviene quasi sempre l’opposto. Si giudicano e condannano senza possibilità di appello le scelte altrui mentre si è sempre compassionevoli e generosi verso se stessi  anche nel caso di azioni inqualificabili.

Soggettività non vuol dire relativismo morale, illusione o anarchia. Non vuol dire “fare quello che mi piace”. Vuol dire sapere che ogni mia decisione dovrà avere sempre prima il placet della mia coscienza, Vuole dire che prima di una scelta, devo darmi tempo, devo riflettere, devo chiedere consiglio, devo pregare, devo attingere dai miei libri sacri, se sono un credente, perché troppo grande è il rischio di far dire alla coscienza quello che mi è comodo o quello che non voglio approfondire. Ma soggettività vuol dire anche obbedire alla coscienza ad ogni costo, senza alchimie e aggiustamenti di comodo. Il primo criterio ci dice allora che è oggettivo il rispetto di ogni coscienza e che se non si dà ad ogni coscienza questa autonomia morale soggettiva non è possibile trovare fondamenti etici. Anche nei casi più “tragici” la coscienza è un valore assoluto (anche se sempre soggettivo) che rende rispettabili incondizionatamente le scelte fatte da ogni persona dotata di razionalità. Se cade questo presupposto cade ogni possibilità di fare etica e di salvarci dal nichilismo. Certo ci sono atteggiamenti dichiaratamente immorali di fronte ai quali non è possibile non esprimere che indignazione e raccapriccio. Ma proprie queste nostre perplessità morali ribadiscono il valore della soggettività della coscienza. Noi stiamo giudicando dal nostro punto di vista e pensiamo che il nostro modo di vedere sia giusto. Effettivamente lo è, ma solo dal mio punto di vista soggettivo. Dal punto di vista soggettivo dell’altro potrebbe essere giusto il suo modo di vedere. Se noi esigiamo il rispetto per le nostre

idee è solo perché soggettivamente siamo convinti che siano giuste. Allora dobbiamo partire dal presupposto che anche le idee soggettive dell’altro possano essere ritenute da lui giuste.

Seguire la coscienza significa abituarsi, prima di ogni azione, a porsi queste domande:

•          Sono disposto a interrogare spesso la mia coscienza e sono disponibile a seguire la sua voce, anche quando essa comanda ciò che non  mi piace o ciò che è contro i miei interessi?

•          Sono disposto ad accettare che molte mie scelte, in realtà, sono fatte in nome dei pregiudizi etici e che in esse la mia coscienza non c’entra per nulla?

•          Sono disposto ad addossarmi le conseguenze delle mie decisioni di coscienza? Sono disposto ad accettarne i rischi, a “pagarne” il prezzo?

•          Sono disposto a dare credito alle coscienze altrui, così come chiedo che vengano prese in seria considerazione le scelte della mia coscienza?

•          Sono disposto a rivedere, a ripensare le motivazioni del mio agire, senza ritenerle un assoluto sempre e comunque?

Il secondo criterio etico: quello sociale

Ogni morale ha la funzione di dettare norme. Perché? Perché l’etica pur riconoscendo che l’uomo è un essere che progetta e sceglie autonomamente (criterio soggettivo) sa che il fine vero dell’umanità è quello di saper convivere nel reciproco riconoscimento dei diritti e doveri, è quello di regolare le istanze etiche di ognuno nella ricerca del bene comune, è quello di illuminare le coscienze singole perché non si incamminino per sensi vietati, cioè contraddittori di un reale progresso umano.

Cercare il bene comune è una cosa assai difficile, eppure non si può vivere su questa terra senza trovare accordi o norme comuni che indichino i reciproci diritti e doveri. E questo vale sia per le società semplici, quanto per quelle più complesse. Quando, ad esempio, Robinson Crusoe si accorse della presenza di Venerdì sulla sua isola capì che non avrebbe più potuto far riferimento solo alla propria coscienza per saper come comportarsi. Se volevano vivere bene insieme dovevano trovare delle norme, delle leggi che permettessero loro di raggiungere questo fine.

Avevano necessità di norme, come avevano bisogno dell’aria per respirare. Se anche avessero solo deciso di dividersi l’isola a metà e di stare ognuno per conto proprio, avrebbero in ogni caso stabilito una norma. Norma indispensabile per regolare i loro rapporti e per sanzionare il rispetto reciproco. Certo la nostra società è decisamente lontanissima parente di quella comunità semplice che nasceva nell’isola misteriosa e quindi tra noi tutto si é fatto più contorto e complicato. Ma il principio oggettivo resta valido e incontestabile. Se c’è una società che si pone il problema del bene e del male, ci saranno inevitabilmente delle norme. E anche se si decidesse l’anarchia più totale, ciò significherebbe ugualmente che ci si è messi d’accordo su una norma: quella che non ci siano norme.

Elenchiamo le caratteristiche etiche della norma:

1. La norma etica e’ necessaria, perché senza di essa non si riesce a regolamentare i rapporti inter-umani. Le norme morali infatti non sono fine a se stesse, ma possiedono un carattere funzionale. Essendo al servizio dell’uomo e della comunità umana, compete loro una funzione di salvaguardia dei valori irrinunciabili di una società e di difesa del bene comune. Ora questa salvaguardia e questa difesa non potrà mai avvenire se non ci sono delle norme. Sono esse i gendarmi dei valori, i paletti che delimitano i diritti e i doveri reciproci dei membri di una collettività, le strutture indispensabili che permettono di evitare l’individualismo esasperato e il caos totale.

2. Questo criterio non assolutizza nessuna norma. Questo criterio non entra nel merito della bontà o della malvagità delle varie leggi che noi conosciamo; ci dice solo che non si può pensare, dal punto di vista etico, ad una società e, di conseguenza, al bene comune, se non si individuano leggi e norme precise e chiare.

3. Nessuna norma promuove il “massimo” del bene comune, perché è un “compromesso” tra istanze etiche diverse e diversificate, è frutto di proposte etiche a volte assai differenti, proprio perché sono differenti le coscienze che l’hanno promossa. Del resto l’antico adagio del diritto romano ci ricorda che “summum ius, summa iniuria“. La norma non può richiederti l’eroismo. Solo la coscienza te lo può imporre. E questo non è un impoverimento della norma etica ma un suo essere ancorato alla realtà umana sempre complessa e delicata.

4. La norma, “incarnata” nel tempo e nello spazio, non è mai una realtà statica, ma è sempre dinamica; non e’ legata ad una sola interpretazione e spesso permette approcci differenti e nuovi. Certo un legislatore che voglia comportarsi eticamente deve assolutamente ricordare ciò che già Tacito scriveva: “Corruptissima in repubblica plurimae leges“. E I’Italia pare aver dimenticato del tutto questo principio, se è vero che nel nostro paese esistono un numero spropositato di norme. Troppe leggi corrono il rischio di elidersi vicendevolmente, troppe norme diventano solo più un capestro intollerabile per chi crede fermamente nel valore etico normativo, mentre possono diventare un alibi per chi disprezza il valore della coscienza e strumento in mano agli azzeccagarbugli di tutti i tempi per fare i propri comodi.

5. La legge non è irrilevante per la coscienza; costituisce infatti uno dei suoi punti di riferimento. Delle norme si serve la coscienza per la sua attività di discernimento, di valutazione e di decisione. Ne consegue che l’osservanza delle leggi è un obbligo morale per la coscienza, a meno che quest’ultima non ritenga quella particolare legge decisamente contraria ai propri principi e quindi immorale.

6. Attenzione al pregiudizio del legalismo, a quel falso criterio etico per cui noi salviamo la legge, solo quando ci serve per proteggerci dalle accuse di chi vuole coglierci in fallo. Quante persone vivono preoccupate di non cadere nelle maglie della giustizia mentre non si preoccupano affatto di salvare i valori che sono sottesi alle varie leggi… Per troppe persone l’osservanza della legge dipende dal controllo che viene fatto perché in realtà non sono  animate dalla volontà di rispettare le leggi ma solo dalla paura delle eventuali sanzioni amministrative o penali.

7. Ogni legge deve prevedere delle sanzioni. Esse sono necessarie perché aiutano a far riconoscere l’importanza della legge e diventano un ulteriore ammonimento e un’ ulteriore possibilità  di riflessione per coloro che, altrimenti, non porrebbero alcuna attenzione alla legge stessa.

8. La legge non deve essere obbedita… La legge deve essere interiorizzata. E questo si può ottenere solo passando ogni norma al vaglio della coscienza, al giudizio cioè di chi non vuole solo obbedire alla legge ma vuole farla propria e farla diventare un valore che la collettività deve salvare e salvaguardare.

L’obiezione di coscienza

La storia, attraverso Sofocle, ci ha tramandato l’obiezione di coscienza di Antigone, giovane ragazza ateniese, sorella di Polinice. Antigone fa obiezione di coscienza. Obiezione di coscienza è proprio questo “obicere”, questo gettare contro l’imperativo giuridico un altro imperativo che scaturisce da una legge diversa, ritenuta superiore dalla coscienza.

La norma infatti, l’abbiamo già detto, è un criterio morale vincolante perché il suo fine è il bene comune, a meno che il soggetto non obietti per qualche grave motivo di coscienza, cioè per un bene più grande a cui egli non intende rinunciare. In questo caso viene a prevalere il criterio soggettivo su quello normativo. Siccome l’ultima decisione è del soggetto, è logico che alla sua coscienza spetti la definitiva decisione etica. Perché dire coscienza significa dire consapevolezza, progettualità, giudizio. La coscienza infatti, sottopone a vaglio critico i comandi delle norme e in nome di principi soggettivamente vincolanti propone un’alternativa alla legge. Propone cioè una norma nuova che salvi i valori umani autentici e non contraddica il rispetto per ciò che il soggetto ritiene, dopo opportuna riflessione, così sacro da preferire all’obbedienza alla norma anche la morte.

L’obiezione di coscienza non è il correttivo della legge, ne è il suo approfondimento; non impoverisce la legge, al contrario l’arricchisce; non è ostacolo alla legge, è solo campanello d’allarme perché essa non s’impantani nei meandri del legalismo, del conformismo e del perbenismo.

Chi segue la propria coscienza inevitabilmente:

•          dovrà, prima o poi, fare obiezione di coscienza a tutta una serie di consuetudini che sono diventate rami secchi, inutili sovrastrutture e  pesanti balzelli;

•          dovrà uscire allo scoperto mettendosi contro tutta una serie di  prassi, di rapporti di forza, di piccole ruberie, di sprechi che costellano la vita quotidiana di tutti;

•          dovrà andare contro corrente riconoscendo che quelli che la pensano diversamente non sono nemici, ma solo avversari;

•          dovrà difendere il proprio e l’altrui diritto al dissenso e alla obiezione.

 

Il terzo criterio etico: quello universale

Mi sono sempre meravigliato che la religione cattolica abbia  rimosso dalla sua predicazione la frase di Gesù “Dunque: tutto quello che vorreste che gli uomini facciano a voi, fate così anche voi a loro: perché questa è la Legge e i Profeti” (Mt 7,12). Essa è, a mio parere, la più rivoluzionaria presa di posizione etica del Vangelo. Per tanti motivi:

•          Intanto perché semplifica il discorso etico. La frase di Gesù cambia la prospettiva di ogni discorso sull’etica perché definisce che l’etica è mettersi in prima fila perché agli altri sia dato quello che io pretendo per me.

•          Poi perché riconduce tutto il discorso etico a ciò che esso veramente si prefigge: ricercare i principi etici, ricercare cioè cosa è meglio per l’umanità considerata come valore assoluto in sé al di là dei condizionamenti culturali, sessuali, religiosi, economici.

Infine perché privilegia l’aspetto relazionale dell’etica e ridimensiona la religione scardinando tutto il suo apparto esteriore quando è fatto di rito, folklore e imposizione. L’etica non passa il suo tempo a

•          contemplare se stessa, non si definisce la più bella del reame e non si crede Dio. L’etica al contrario, come fa Dio, cammina su questa terra, sporcandosi le mani e insanguinandosi i piedi, compromettendosi con il vivere dell’uomo e con la sua ricerca di felicità e di benessere.

Mt 7,12 viene definito “lex aurea” e significativamente essa è stata rinvenuta come norma etica negli scritti di tutti i maestri di spiritualità e di religione e di molti dei filosofi che hanno approfondito i temi morali.

•          La più antica forma accertata (essa risale almeno al V secolo a.C.) è contenuta nel racconto babilonese dove fra i consigli e le norme di vita, che il saggio Achikar dà a un suo figlio vi é l’esortazione: “Figlio mio, ciò che sembra cattivo per te, non farlo ai tuoi compagni“.

•          Una forma simile a quella ebraica dell’Antico Testamento si trova in Isocrate (verso il 400) perché egli mette in bocca al re Nicocle: “Ciò per cui vi adirate allorché lo subite da altri, non fatelo ad altri.

•          Probabilmente di essa ha subito influenza l’analoga massima che troviamo nell’Antico Testamento, nel Libro di Tobia, composto verso il 200 a.C.: “Ciò che non ti piace che ti si faccia, non farlo a nessuno

•          Fra i detti di Publio Siro (metà del primo secolo d.C.) si trova l’ammonimento: “Ab alio expectes alteri quod feceris“.

•          E Seneca (3-65 a.C.), che cita questa sentenza, aggiunge: “Nell’udirla, è come se ci fosse stata data una scossa e a nessuno è dato di dubitare e di chiedere perché? Così chiaramente ci appare la verità, anche senza dimostrazioni“.

•          Ma anche in altre culture la lex aurea è stata promulgata e seguita. Viene citata, ad esempio, nei Dialoghi di Confucio: “Ching-Kung interrogò sulla carità. Confucio rispose: “Ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri“.

•          Rabbi Hillel, celebre maestro ebreo, scrive in S’habbat 31a “Non fare agli altri quello che non vuoi che essi facciano a te

•          Nel’Islam, 40 Handithe, viene affermato; “Nessuno di voi è un credente fino a che non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso“.

•          Conosce la lex aurea il Gianismo “L’uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza nei confronti di tutte le realtà mondane e trattare tutte le creature del mondo come egli stesso vorrebbe essere trattato“,

•          il Buddhismo “Non far del male agli altri con quello che fa soffrire te“,

•          l’Induismo “Non ci si dovrebbe comportare con gli altri in modo che sarebbe sgradevole a noi stessi: questa è l’essenza della morale“,

•          e il Bahaismo “Non desiderate per nessun altro le cose che non vorreste per voi stessi“.

La lex aurea è il criterio etico universale, definitivo ed oggettivo. Essa è l’indispensabile strada che l’umanità deve percorrere se vuole progettare sul serio percorsi etici aderenti al contesto e ai vissuti degli uomini del nostro tempo, evitando le frasi fatte e attivando invece una riflessione plurireligiosa ed ecumenica che si addentri tra gli imperativi etici fondamentali comuni a tutti gli uomini di buona volontà per riuscire ad enucleare ed a difendere i comportamenti sociali riconosciuti etici da tutti.

Penso che compito dell’etica non è quello di teorizzare o ideologizzare i dibattiti, ma quello di accogliere le richieste di ogni singolo uomo, per permettergli di essere se stesso, di non nuocersi e di non nuocere in una prospettiva di reciprocità che esige di credere che i miei valori etici sono salvaguardati solo quando io mi impegno con tutte le mie forze a salvaguardare i valori etici altrui.

 

Don Sergio Messina, Nuoro – Ottobre 2010.

I PREGIUDIZI ETICI (cosa l’etica non è)

 

ETICA

Circa un anno fa, ho avuto il piacere e la fortuna d’incontrare Don Sergio Messina per la seconda volta, in occasione di una mattinata di Ottobre, alla quale hanno partecipato alcuni componenti del nostro gruppo, dedicata ad un tema centrale nella vita di ognuno di noi. Ri-propongo alcuni passi tratti dal documento che Don Sergio ci ha lasciato alla fine dell’incontro. Ritengo che possa essere valido spunto di riflessione ed analisi in questo momento del nostro percorso. M.U.

Seconda parte dell’incontro sull’Etica, tenuto da Don Sergio Messina a Nuoro nell’Ottobre 2010.

 

I PREGIUDIZI ETICI

 

(cosa l’etica non è)

 

“E’ spesso tragico constatare quanto sfacciatamente un uomo rovini la sua vita e quella degli altri, eppure quanto sia totalmente incapace di vedere che l’intera tragedia ha origine dentro di lui, e che lui stesso continua ad alimentarla e a perpetuarla. Non coscientemente, naturalmente, perché coscientemente è impegnato a lamentarsi del perfido mondo, che nel frattempo recede da lui sempre di più. E’ un fattore inconscio quello che gli fa tessere la tela illusoria che vela il suo mondo” (Jung)

 

Racconta Giacomo Leopardi nelle Operette morali che Prometeo e Momo, dio della maldicenza, fecero una scommessa: secondo Prometeo l’uomo era la creatura più perfetta dell’universo, secondo Momo no. Fecero allora un viaggio sulla terra e giunsero in Columbia dove osservarono inorriditi dei cannibali banchettare allegramente. Si portarono in India e qui parteciparono sconvolti alla solenne cremazione di un maraja, subito seguita dall’uccisione della sua giovane moglie. Andarono allora in Europa e seguirono piangendo il funerale di un uomo che si era suicidato dopo aver ucciso i suoi due figli. Prometeo pagò la scommessa.

 

Sì, ha ragione Momo. L’uomo non è assolutamente una creatura perfetta. Del resto sono così evidenti i limiti della natura umana. Limiti in campo etico con conseguente incapacità di costruire un mondo a misura d’uomo e a favore di tutti gli uomini. Limiti nella struttura fisica e psichica, fragilità radicale legata ad un vivere che, nello scorrere degli anni, lo destina alla invalidità, alla malattia e alla morte. Eppure l’uomo ha una capacità sua propria che lo distingue radicalmente da tutti gli esseri viventi: quella di riflettere su sé e sul proprio agire, di prendere decisioni più o meno autonome e libere, di inventare atteggiamenti e comportamenti nuovi e diversi.

 

Quando noi nel nostro agire siamo motivati dai pregiudizi, cioè dai falsi criteri etici, non cerchiamo la verità, perché essa dimora dove c’è autonomia di giudizio, di pensiero e di azione e dove, nel rispetto dell’autonomia altrui, ognuno consacra la propria esistenza a individuare quei percorsi di vita che, soli, ci impediscono di vegetare.

 

Tradizione, consenso sociale, doppia morale, principio di autorità sono i quattro principali pregiudizi etici che paralizzano il nostro cammino etico:

 

1) La tradizione

 

Spesso e volentieri affidiamo le nostre personali decisioni al… “si è sempre fatto così”. Obbediamo a leggi non scritte, neppure codificate, certamente non motivate dall’etica, ma che sono diventate sacre perché così dice la tradizione. E anche quando è lampante che in nome di questa tradizione si vivono compromissioni con la propria coscienza, si subiscono ingiustizie palesi e si commettono torti grossolani … ci si adegua passivamente perché… si è sempre fatto così. Molti si sentono rassicurati nel seguire la tradizione e dimostrano grande puntiglio nel difenderla. Ma la tradizione non è padrona dell’etica, ne è invece la serva. Il che significa che essa deve essere salvaguardata purché dimostri inequivocabilmente che oggi, adesso non ostacola il bene. Quello che il passato ci tramanda deve essere valutato per ciò che ora, in questo momento offre di “buono” e per come serve l’etica e il ben-essere dell’uomo contemporaneo. Diversamente è ostacolo alla ricerca del bene e deve essere trattato come un ramo secco.

 

2) Il consenso

 

Pochi ammettono di tenere in gran conto il consenso della maggioranza o le idee dell’opinione pubblica. Tutti giurano sulla propria autonomia di giudizio e di valutazione su cose, persone e avvenimenti. Tutti riaffermano il diritto-dovere di essere uomini, di essere razionali, di essere autentici, di essere se stessi. Ma poi questa supposta indipendenza di giudizio e di azione, questa decantata autonomia dà a così pochi il coraggio di affermare, nel pensiero, nella parola e nella prassi, le cose in cui si crede e di esprimere pubblicamente l’indignazione di fronte a ciò che non si condivide. I nostri discorsi sono spesso infarciti di: ”Fanno tutti così” oppure ”Io vorrei fare delle cose, ma sono solo…” e queste frasi magiche tacitano la coscienza. E così la paura del giudizio altrui paralizza la nostra ricerca del bene e ci crea un alibi per non affrontare e non approfondire in prima persona la bontà o la malvagità delle scelte che si devono fare.

 

3) La doppia morale

 

Agire quotidianamente in modo etico è molto impegnativo ed è quindi “normale” cercare sotterfugi o scappatoie per non dover assumere completamente e continuamente la responsabilità di un vivere all’insegna della morale. Sotterfugio, ad esempio, può essere “affermare” l’etica a parole, nei convegni, nelle chiese e sentirsi così “etici”, anche se nella prassi ci si comporta in modo così poco conseguente. Oppure fare dell’etica il campo dell’educazione dei piccoli, dei figli, dei “non garantiti”, e lasciare piena libertà etica a se stessi, alle proprie necessità, ai potenti di questo mondo. Questi comportamenti sono frutto del pregiudizio della doppia morale, pregiudizio che gode di un alto indice di gradimento in questo nostro mondo, visto che ci permette di “salvarci” nelle occasioni etiche più rischiose, garantendoci uscite di sicurezza sempre facilmente accessibili. In nome di questo pregiudizio c’è una morale del dire e una del fare, una per i poveri e una per i ricchi, una per i maschi e una per le femmine, una per quelli che appartengono alla mia religione e una per gli “infedeli”….

 

4) Il principio di autorità

 

Molti fondano la propria morale e le proprie convinzioni etiche sull’ipse dixit, sul “l’ha detto Lui”, cioè sul principio di autorità. Tutti quelli che si rifanno ad una religione, che seguono una ideologia, tutti coloro che scelgono consapevolmente un leader più o meno carismatico di fatto ricorrono, nel loro agire, al principio di autorità.

 

Riconoscono cioè a qualcuno o a qualche dottrina un’autorità assoluta in campo morale, una specie di diritto incontestabile di rappresentare l’etica stessa e quindi di diventare fondamento unico e universale della scelte morali di ogni uomo.

 

Il problema nasce quando si vuole imporre il proprio principio di autorità a coloro che non credono in quella autorità o quando si pretende che tutti diano credito e obbedienza al proprio “l’ha detto Lui”. Per questo il principio di autorità è vero criterio etico quando chiede coerenza a coloro che liberamente hanno scelto di credere in esso, mentre si trasforma nel più disumano pregiudizio quando chiede obbedienza e adesione a coloro che non lo reputano il principio ispiratore della propria vita oppure che non hanno scelto o non hanno potuto scegliere in prima persona “con piena avvertenza e deliberato consenso”.

 

Se si meditasse la storia risulterebbe evidente quanto disastri ha fatto questo pregiudizio…..

 

Respondere”, in latino significa rispondere a, rispondere di….

 

Vuol dire implicarsi, rendersi garanti….

 

Smettere di biasimare o lodare gli altri per il nostro malessere o benessere….

 

Non essere più, dunque, vittime degli eventi.


ETICA

Circa un anno fa, ho avuto il piacere e la fortuna d’incontrare Don Sergio Messina per la seconda volta, in occasione di una mattinata di Ottobre, alla quale hanno partecipato alcuni componenti del nostro gruppo, dedicata ad un tema centrale nella vita di ognuno di noi. Ri-propongo alcuni passi tratti dal documento che Don Sergio ci ha lasciato alla fine dell’incontro. Ritengo che possa essere valido spunto di riflessione ed analisi in questo momento del nostro percorso. M.U.

Prima parte – Introduzione –

I termini etica e bioetica fanno ormai parte del linguaggio comune. Nel loro nome s’indicono convegni, si avviano studi, si dibattono problemi di coscienza e i mezzi di comunicazione volentieri attivano utili iniziative di confronto sui temi e sugli argomenti di loro competenza. I problemi sono così tanti. L’esperienza mi ha convinto che la scienza morale non ha mai avuto vita facile o percorsi pianeggianti. Occuparsi di valori, di ricerca di senso, di umanizzazione obbliga infatti ad inventare strade nuove, forse mai percorse ma, soprattutto, costringe alla coerenza tra dire e agire, tra teoria e prassi, tra apparire ed essere. Incarnare nel quotidiano le numerose carte dei diritti dell’uomo, rendere operativi nella prassi gli “obblighi” del codice deontologico, avere sempre e comunque un comportamento professionale e personale che si sposi indissolubilmente con l’etica è decisamente compito gravoso…….

E’ indispensabile riflettere prima di agire. Riflettere per avere un confronto sereno e approfondito e per cercare di trovare un consenso almeno su alcuni punti essenziali…….

L’etica ha tra i suoi compiti istituzionali quello di farci sentire protagonisti nelle nostre decisioni e di farci riappropriare della nostra esistenza. Ma in realtà sono così poche le persone padrone di se stesse! Mi sembra che tutti abbiamo una specie di corazza che ci rende impermeabili alla ricerca del vero, forse perché l’educazione ricevuta si è preoccupata solamente di darci alcune nozioni, alcune parole chiave e soprattutto alcuni riti che noi ripetiamo meccanicamente e che ci salvano socialmente. Difficilmente da piccoli siamo stati invitati alla ricerca, al rischio, al coinvolgimento totale. Ci sentiamo esonerati dal cercare quotidianamente il senso del nostro vivere. Forse perché pensiamo che qualcuno l’ha già fatto per noi e una volta per sempre. Occorre riappropriarci dell’etica, l’unico campo del sapere dove la famiglia, la società e la religione possono darci degli strumenti di conoscenza e delle piste di ricerca, ma non possono mai e non potranno mai sostituirsi a noi. Dobbiamo giocarci in prima personale nell’etica, se vogliamo riaffermare il diritto-dovere di essere uomini, di essere razionali, di essere autentici……

Sintetizziamo in dieci punti l’etica e che cosa pretende da noi questa “scienza del comportamento umano che ricerca i valori”. Beati davvero coloro che la scelgono come insostituibile compagna della propria vita…

L’etica non è solamente bioetica, l’etica della ricerca, quella che compare sui giornali.

L’etica è legata alla dignità dell’individuo, ai diritti dell’uomo, è valore assoluto, essenzialmente umano che obbliga a cercare, a tentare strade nuove per salvare l’uomo.

L’etica rifugge dalle definizioni stereotipe, continuamente sorpassate dai problemi inediti e impensabili dell’esistenza umana che sposta continuamente i confini e le frontiere tra lecito e illecito.

L’etica esige sempre impegno e chiama alla responsabilità individuale.

L’etica è soprattutto etica con la “e” minuscola, l’etica del quotidiano, che si esercita in “situazioni apparentemente banali in cui bisogna quotidianamente fare attenzione ai piccoli dettagli della vita corrente, al fine di prevenire i rischi di inadempienze, superficialità, scorrettezze.

L’etica chiede di far prevalere la dimensione relazionale sulla dimensione tecnica, perché la tecnica, da sola, non salva, non redime, non svela la verità delle situazioni.

L’etica non nuoce all’efficacia delle cure. Al contrario, essa restituisce alle cure tutta la loro dimensione umana. Invece la tecnica senza l’etica disumanizza le cure, robotizza gli operatori e “cosifica” gli assistiti. Le tecniche hanno i loro limiti perché sono un mezzo e non un fine.

• L’educazione etica non è l’acquisizione, una volta per tutte, di un sapere: è continuativa. E’ educazione ai limiti, è rischio, è scelta, è valutare i problemi nella propria anima e nella propria coscienza, serenamente, da soli o, preferibilmente in gruppo. E’ cercare il confronto tra vari punti di vista per trovare una propria saggezza attiva che sappia essere conseguenza logica delle nostre scelte responsabili e libere.

L’etica comincia proprio dove iniziano le nostre divergenze. Essa presuppone che si metta in atto un comportamento che non sostenga a priori, in merito ad una data situazione, idee riflesse o automatiche poiché già acquisite. Bisogna accettare di confrontare la propria opinione con quella degli altri. Non c’è etica senza “alterità”. Il pluralismo è garanzia di stimolo e di qualità della riflessione.

L’etica è un processo dinamico ininterrotto di riflessione-azione. Ha quindi bisogno del concorso pluridisciplinare di tutte le branche della scienza che aiutano da una parte a capire l’uomo e dall’altra a decidere concretamente e responsabilmente in favore dell’uomo.

FINE PRIMA PARTE

Don Sergio Messina (Torino)

– Da 26 anni è assistente religioso ospedaliero a Torino.

– Nel 1980 ha fondato la “Comunità l’Accoglienza”, associazione che accoglie minori in affidamento e ospita familiari di bambini malati di tumore.

– Dal 1990 si occupa del Brasile, inviando volontari, attivando moltissime adozioni a distanza e partecipando alla costruzione di diverse strutture educative.

– Dal 1993 è presidente dell’associazione “Accoglienza Onlus”, che promuove la necessità di migliorare la qualità della vita dei malati, anche diffondendo la conoscenza delle cure palliativa che hanno come obiettivo fondamentale quello di coniugare le più moderne conoscenze mediche per il controllo del dolore e dei sintomi, alla necessaria attenzione ai problemi psicologici, sociali e spirituali del malato.

– Nel 1999 ha fondato un servizio gratuito di assistenza domiciliare ai malati oncologici in fase terminale.

– Inoltre, nel 2000 ha fondato un centro di documentazione e ricerca sulle cure palliative, con sede a Ciriè, ricco di oltre mille volumi e numerose riviste disponibili on-line sul web e a disposizione di tutti.

– È infine autore di molte pubblicazioni sul “Vivere il Morire” e tiene numerose conferenze in tutta Italia.

http://www.ideacomune.net/lista_civica_nuoro/?p=3627