ANCORA NUOVO CEMENTO SULLE NOSTRE AREE VERDI

exvivaio

 

 

 

 

 

Perchè Costruire Una Nuova SCUOLA FORESTALE (Che poi, Sara davvero Utile?) Nel VIVAIO DI SU PINU, una delle piu belle Aree verdi della città?
ESISTE recuperare CIO ‘CHE GIA’! 
Quante ex Banche, ex Ospedali, ex albergo, ex caciare , ex cooperative del latte, ex Telecom e scuole incompiute ABBIAMO?
E INVECE AVANTI, GIU ‘COL CEMENTO !!

Sette Milioni di euro e nuovo cemento. Da “La Nuova Sardegna” del 28 giugno 2014.

exvivaio_lanuova

Via all’operazione edilizia in arrivo 204 case popolari

Da La Nuova Sardegna del 8 aprile 2012

L’assessore Deiara lancia due piani di edificabilità e lottizzazione Le imprese dovranno costruire alloggi alla portata delle famiglie meno abbienti

di Valeria Gianoglio

NUORO. Alla fine dei conti, nei confini di Nuoro ci saranno 204 case popolari in più. Non i soliti casermoni enormi e privi di anima, piuttosto alcune centinaia di appartamenti a misura di famiglia, e in particolare di famiglia meno abbiente che potranno averli a prezzi calmierati e stabiliti dal Comune. Nell’attesa che l’ormai lunga telenovela del Puc tocchi la sua puntata finale, l’assessorato comunale all’Urbanistica lancia l’operazione edilizia.

L’assessore Raimondo Deiara la definisce «l’unico modo per sbloccare un settore che è fermo da troppo tempo e con costi proibitivi per tantissimi nuoresi, in particolare per i giovani che vogliono mettere su casa e famiglia».

La prima tappa dell’intero progetto è l’approvazione definitiva di due piani: uno è quello di edificabilità del cosiddetto comparto C8, nel rione periferico e popoloso di Funtana Buddia, l’altro è quello di lottizzazione del comparto C12. Il piano di edificabilità del comparto C8 – conosciuto come ex cantieri Vargiu – è già passato al vaglio della commissione comunale Urbanistica e a giorni approderà anche in consiglio comunale per essere discusso e per ricevere il via libera definitivo. Il piano di lottizzazione dei 145mila metri cubi del comparto C12, invece, deve ancora arrivare alla commissione competente ma gli uffici dell’assessorato ne hanno già confezionato una relazione dettagliata.

Tra l’uno e l’altro piano, in ogni caso, l’assessorato prevede di ricavare un totale di 204 alloggi popolari. «Vuol dire – spiega l’assessore Deiara – che chi costruirà in quei lotti le proprie case, per legge, nella parte che rimane al Comune dovrà realizzare alcune case che poi lo stesso Comune assegnerà alle famiglie meno abbienti, attingendo da un’apposita graduatoria già esistente».

Sono tante, infatti, le famiglie con redditi medio-bassi che da anni tentano con disperazione di potersi permettere l’acquisto di una casa. «Con il mercato attuale – precisa Deiara – è praticamente impossibile. Nuoro città ha un mercato immobiliare drogato, certamente non a misura delle tasche di molte famiglie, e soprattutto di quelle più giovani. Per questo bisogna cercare di sbloccare l’intero settore edilizio». Una volta approvato in via definitiva il piano di edificabilità del comparto C8, in particolare, nel lotto che rimarrà al Comune verranno costruiti alcuni appartamenti. Saranno venduti, per l’appunto, ad altrettante famiglie in difficoltà economica. Questo piano ha superato qualche giorno fa un grosso scoglio che poteva bloccarlo in modo definitivo: qualcuno aveva fatto notare infatti che al suo interno esisteva un pozzo realizzato su un manufatto esistente. La Soprintendenza alcuni giorni fa ha accertato che non è sottoposto ad alcun vincolo archeologico.

L’altra grande scommessa per rilanciare l’edilizia, invece, riguarda un mega comparto che si trova vicino a Badu ’e Carros, nella zona dove c’è il negozio di Micheletti. È il C12, ilcomparto più grande di Nuoro: 145mila metri cubi che un piano di lottizzazione ha già suddiviso. Di questi 145mila metri cubi, ben 52mila saranno destinati a edilizia popolare. A conti fatti, corrispondono a circa 200 alloggi popolari. «Con questi interventi – spiega in conclusione l’assessore Deiara – stiamo cercando di sbloccare l’edilizia e di riaprire il mercato immobiliare che attualmente è fermo e proibitivo per troppi».

Salviamo il passato, è il nostro vero tesoro

Da La Nuova Sardegna del 08 aprile 2012

di PASQUALE CHESSA

«Sempre foreste e foreste. Dev’essere monotono» fa dire Anton Checov a Sofia Andreevna parlando con Sonja del dottor Astrov, entusiasta piantatore di alberi, in un passaggio cruciale del suo Zio Vania. La battuta riemerge alla mente leggendo i dati sul consumo del territorio in Italia, quando si scopre che la Sardegna, storicamente ultima nelle varie classifiche nazionali, è tragicamente prima nella distruzione del suo territorio per aver fatto registrare “un incremento di suolo urbanizzato” del 1154 per cento negli ultimi 60 anni. In pratica ci siamo mangiati tre ettari al giorno. A cominciare dalle foreste più antiche Basti come esempio l’erosione continua della “corona olivetata” di Sassari dimmnuita del 17 per cento in 25 anni, oltre 100 mila piante in meno su quasi 600 mila. Sono note accorate queste, suscitate paradossalmente da una notizia con un segno positivo, per quanto effimero, cioè il primato di un sito sardo nella classifica dei luoghi di eccezionale interesse culturale e paesistico più visitati nella “Giornata Fai di primavera”. Primo Tuvixeddu con 10 mila visitatori. Quanti rischi abbia corso la più grande necropoli punica del Mediterraneo fa parte della storia e della cronaca della distruzione del paesaggio culturale sardo del Novecento. Perché già all’inizio del secolo la sua conservazione fu messa a repentaglio dagli scavi, affatto archeologici, per estrarre il calcare necessario al cementificio di Santa Gilla. Ancora i segni della distruzione delle antiche tombe fenice e romane si vive come una ferita per sempre irredimibile. E oggi, salvato per un nonnulla dai distruttivi effetti dell’economia del mattone, Tuvixeddu corre un rischio ancor più desolante: diventare un “non luogo” se dovesse perdere il suo profilo archeologico secondo il progetto di parco attrezzato con gradini e giadinetti alberi e alberelli, ingentilito come un aeroporto o piuttosto un ipermercato. La conservazione dei beni culturali, per la quale esiste un codice con le sue regole e i suoi principi da tutti condiviso, non può essere in contrasto con un uso economico delle risorse. Al contrario. Nel suo ultimo libro appena uscito da Laterza, “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, capace fin dal titolo di spiegare come la cultura possa essere una risorsa ambientale di alta gamma, il massimo archeologo italiano Andrea Carandini, racconta un’esperienza tanto virtuosa quanto ovvia, quasi banale. Durante la costruzione dell’Auditorium di Roma saltò fuori un sito archeologico, «un unicum che illumina la storia agraria della prima età repubblicana». Che fare? O bloccare i lavori per salvaguardare l’antico, e così Roma non avrebbe mai più avuto il suo auditorio, oppure proseguire nel progetto e Roma avrebbe perso un pezzo della sua storia. Invece gli architetti adeguarano il progetto alle necessità degli scavi. L’archeologia adeguò i suoi tempi alle necessità dell’edilizia. Come ha detto a Giorgio Napolitano in privato Giulia Maria Crespi, che del Fai (Fondo italiano per l’ambiente) è l’intramontabile spirito guida, la Sardegna è un giacimento culturale di valore universale che rischia di svanire nell’insipienza collettiva. Quella “selvaggeria” ancestrale che ha pesato negativamente su tutta la sua storia in pochi anni si è trasformata in una opportunità. Altro che “Sardegna colonia”. C’è una nuova verità con cui la politica e la cultura possono misurare il loro grado di responsabilità: la Sardegna è uno dei luoghi in cui il paesaggio rivela tutta la sua natura di bene culturale. Il colpo d’occhio sulla foresta di Gutturu Mannu o anche l’oliveto di Villa Massargia, S’Ortu Mannu, può provocare lo stesso stordimento intellettuale, il medesimo godimento romantico del Foro romano visto dall’alto del Campidoglio.

SUL FUTURO GRAVA IL PESO DEL CEMENTO

Da La Nuova Sardegna del 7 aprile 2012

di GIANVALERIO SANNA

Quando si iniziò, nel 2004, un serio lavoro per arginare in Sardegna la cultura predatoria e proprietaria che imperversava sul territorio e sul paesaggio eravamo preoccupati di non essere capiti e di scatenare contro di noi le reazioni conseguenti all’impopolarità di alcune decisioni pubbliche. Avevamo paura e incoscienza sia del coraggio che ci era allora richiesto così come delle conseguenze di un inevitabile isolamento politico al quale andavamo ragionevolmente incontro.

Non sapevamo che avremmo avuto l’opportunità di avviare una vera e propria rivoluzione culturale in Sardegna e che quelle idee, mosse dalla irragionevolezza di un uso folle del territorio, avrebbero assunto via via un senso ancora più compiuto a distanza di qualche anno, come accade in questo tempo in cui constatiamo che l’epopea del mattone per il mattone non è più utile per la crescita di un popolo. Negli ultimi trent’anni in Sardegna il motore dello sviluppo interno è stato esclusivamente l’edilizia. Al di sopra di ogni previsione, invece che rappresentare uno strumento per lo sviluppo e la crescita dei settori primari (agricoltura, industria, turismo) l’edilizia ha rappresentato il settore primario per eccellenza che, pur generando lavoro nel tempo, non è stato capace di strutturare nessun tessuto produttivo stabile e duraturo nel contesto economico. All’interno di questo paradigma ovviamente limitare e regolare le trasformazioni territoriali significava mettere a nudo la fragilità dell’economia sarda, ma soprattutto l’endemica assenza di un qualsiasi modello di sviluppo capace di narrare il percorso di una crescita possibile. Ecco perché, senza volerlo, il Piano paesaggistico, i suoi elaborati, la ricerca di base svolta, le persone che vi hanno lavorato, il significato pratico e teorico che ha diffuso in questi anni negli amministratori, ma anche nei comuni cittadini, rappresenta una svolta decisiva che dovrebbe suggerirci di andare avanti piuttosto che guardarci alla spalle. Bisognerebbe rielaborare intorno a questi nuovi valori un racconto possibile di una nostra idea di crescita, di sviluppo, di recupero di progetti, professioni e manualità che, intorno al valore aggiunto di un territorio difeso a prescindere, ripropongano un modello di sviluppo che sappia investire nell’intelligenza, nell’unicità e nella sostenibilità di ciò che i sardi vorrebbero “tirare fuori” dalla propria terra. Vivremo sicuramente i prossimi decenni in maniera diversa e inedita rispetto ai parametri del ventennio appena chiuso e i temi dell’alimentazione e dell’agricoltura condizioneranno non poco le nostre capacità di crescita competitiva rispetto ad altre aree del mondo anche a noi molto vicine. Ritornare a un’agricoltura misurata sull’obiettivo dell’autosufficienza alimentare e sul valore ambientale della cultura agroalimentare necessita di regole e tutele particolari sul territorio e può definire i contorni di un nuovo turismo che non avrà più bisogno di doppie case in nero o di alberghi lineari sulle coste per segnare la sua mediocre cifra di sopravvivenza stagionale. Il paesaggio da vivere, che sostituisce quello percettivo e da cartolina, sarà il richiamo più forte per coloro che cercano emozioni non momentanee ma durature o che vogliono ricostruire l’idea di una vita comunitaria caratterizzata da un nuovo umanesimo delle relazioni sociali, dei bisogni individuali e delle solidarietà. I nostri borghi e paesi dell’interno non saranno in questo modo più scartati dai progetti di vita dei nostri giovani, i quali attraverso la tecnologia e la globalizzazione potranno sentirsi nel mondo stando seduti sulle panche di pietra dei nostri piccoli paesi e intrecciando la saggezza dei più anziani con le aspirazioni proprie della gioventù e dell’intrapresa, in uno scenario ambientale che non si potrà più rinnegare. Il paesaggio del terzo millennio in Sardegna rappresenta in fondo questo spunto per una nuova rinascita, l’idea di un vissuto non più rinnovabile e di un futuro da costruire in un ambiente che difende i suoi sentimenti più originali, offrendoli a coloro che volendoli rispettare ne possano trarre anche le ragioni di un proprio sostentamento.